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CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Eminenza, Eccellenza Reverendissima,
a seguito delle comprensibili richieste che ci giungono dalle Diocesi, come Segreteria Generale, alla luce del confronto quotidiano con la Presidenza del Consiglio e il Ministero dell’Interno, siamo in grado di comunicare quanto segue. Nei giorni della Settimana Santa, già prima dell’emanazione del Decreto del 10 aprile, siamo tornati a rappresentare alle Istituzioni governative le attese e le esigenze della comunità ecclesiale. Il Decreto, di fatto, ha prorogato fino al 3 maggio le limitazioni già in vigore, che interessano anche l’esercizio pubblico delle attività di culto. Non è prevista la chiusura delle chiese, fatta salva una diversa decisione da parte dell’Ordinario. Sino alla scadenza della proroga, riteniamo di poter continuare nella linea degli Orientamenti che abbiamo condiviso lo scorso 25 marzo, dove si propone che per un “minimo di dignità alla celebrazione, accanto al celebrante sia assicurata la partecipazione di un diacono, di chi serve all’altare, oltre che di un lettore, un cantore, un organista ed, eventualmente, due operatori per la trasmissione”.
Questa nostra linea, precedentemente concordata con la Segreteria di Stato, è stata assunta dalla Nota del Ministero dell’Interno del 27 marzo, che ribadisce: “Le celebrazioni liturgiche senza il concorso dei fedeli e limitate ai soli celebranti ed agli accoliti necessari per l’officiatura del rito non rientrano nel divieto normativo”. Quanto alla possibilità per il fedele di recarsi in chiesa per un momento di preghiera personale, rimandiamo alla risposta pubblicata nel sito della Presidenza del Consiglio dei Ministri (15 aprile), che per comodità trascriviamo:
Ci si può spostare per andare in chiesa o negli altri luoghi di culto?

L’accesso ai luoghi di culto è consentito, purché si evitino assembramenti e si assicuri tra i frequentatori la distanza non inferiore a un metro. È possibile raggiungere il luogo di culto più vicino a casa, intendendo tale spostamento per quanto possibile nelle prossimità della propria abitazione. Possono essere altresì raggiunti i luoghi di culto in occasione degli spostamenti comunque consentiti, cioè quelli determinati da comprovate esigenze lavorative o da necessità, e che si trovino lungo il percorso già previsto, in modo che, in caso di controllo da parte delle forze dell’ordine, si possa esibire o rendere la prevista autodichiarazione. Resta ferma tuttavia la sospensione di tutte le cerimonie, anche religiose.
Nel frattempo, e in vista della nuova fase che si aprirà dopo il 3 maggio, stiamo lavorando a contatto con le Istituzioni governative, per definire un percorso meno condizionato all’accesso e alle celebrazioni liturgiche per i fedeli. In spirito fraterno,
Segretario Generale
Roma, 15 aprile 2020

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05/04/20

ARCIDIOCESI DI FIRENZE

DISPOSIZIONI DELL’ ARCIVESCOVO S.E. GIUSEPPE BETORI

Tenuto conto dei documenti recentemente emanati per l’emergenza sanitaria in atto si ricorda che:

I presbiteri celebrano i riti della Settimana Santa senza la partecipazione dei fedeli come è stato fatto nelle ultime settimane
È bene invitare tutti i fedeli ad unirsi spiritualmente alle celebrazioni trasmesse dai vari mezzi di comunicazioni sociale, valorizzando in primo luogo le liturgie presiedute dal Santo Padre, che saranno trasmesse da Tv2000, oppure- in segno di comunione nella Chiesa particolare- le celebrazioni presiedute dall’Arcivescovo che saranno trasmesse in “streaming” televisiva dal sito di Toscana Oggi e di Radio Toscana secondo i seguenti orari:

  • Domenica delle Palme e della Passione del Signore
  • Ore 9.30 presieduta dall’ Arcivescovo
  • Ore 11.00 presieduta dal Santo Padre
  • Giovedì Santo- Celebrazione eucaristica “ Nella Cena del Signore”
  • Ore 17.00 presieduta dall’Arcivescovo
  • Ore 18.00 presieduta dal Santo Padre
  • Venerdì Santo- Celebrazione della Passione del Signore
  • Ore 15.00 presieduta dall’Arcivescovo
  • Ore 18.00 presieduta dal Santo Padre
  • Venerdì Santo – Via Crucis
  • Ore 21.00 presieduta dal Santo Padre
  • Sabato Santo- Veglia Pasquale nella notte santa
  • Ore 21.00 presieduta dal Santo Padre
  • Ore 23.00 presieduta dall’Arcivescovo
  • Domenica di Pasqua- Celebrazione eucaristica del giorno
  • Ore 9.30 presieduta dall’Arcivescovo
  • Ore 11.00 presieduta dal Santo Padre
  • Per la Domenica delle Palme e della Passione del Signore :

Dove è possibile, si può utilizzare la “ Seconda forma” di Ingresso tra quelle previste dal Messale Romano, benedicendo esclusivamente i rami di ulivo, o di palma, dei presenti; si ribadisce che non ci potrà essere alcuna benedizione, né distribuzione di rami d’ulivo, o di palma, per gli altri fedeli;
Nelle indicazioni per la preghiera nelle famiglie, verrà proposto rito di benedizione di un ramo d’ulivo, o di palma, o di altra pianta verde da parte di uno dei genitori.

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05/04/20

 Con lo sguardo a Gesù, crocifisso e risorto
Lettera dell’arcivescovo per la Pasqua 2020
in tempo di pandemia
Carissimi fratelli e sorelle,
la pandemia che sta sconvolgendo il nostro Paese e il mondo è entrata all’improvviso con i suoi effetti anche nelle nostre vite e ci ha costretto a mettere da parte comportamenti consolidati e a dare forma nuova alle nostre giornate. Tutto è stato travolto, dalle cose più banali, come non poter fare una passeggiata o andare a mangiare una pizza con gli amici, fino a quelle più sostanziali, come non poter più abbracciare i nostri cari, visitare gli anziani o dare un aiuto di persona a un povero. Ne è stata toccata anche la vita spirituale di noi cristiani, privata delle celebrazioni dell’assemblea del popolo di Dio con i suoi pastori. Questi hanno continuato a celebrare in questi giorni, ma senza la presenza viva dei fedeli attorno a loro, sebbene la fede ci dica che ogni Messa è celebrazione della Chiesa e ha un valore universale, sempre e comunque.
E ora giunge la Pasqua. Ho pensato che come vescovo non potevo non dire una parola di orientamento e di conforto al mio popolo. Lo faccio con la consapevolezza che il legame tra noi non è stato compromesso dalla lontananza che ci è stata imposta e che ho cercato di supplire con riflessioni sulla parola di Dio e con preghiere di affidamento al Signore e alla sua e nostra Madre, trasmesse con i moderni mezzi di comunicazione. Soprattutto la mia vicinanza vi è assicurata dai miei e vostri preti. che continuano ad essere presenti alle comunità, anch’essi con modalità nuove. Ma, ormai verso la Pasqua, sento che devo dirvi una parola specifica, anzi un po’ di parole, che ho provveduto a dividere per argomento, così che si possano leggere anche in momenti diversi.
1.Come vivere la Settimana Santa
Comincio da una domanda che mi viene posta spesso in questi giorni: come potremo vivere la Settimana Santa mentre continua ad esserci impedito di vivere le celebrazioni liturgiche insieme? Sappiamo che questo sacrificio lo stiamo facendo per responsabilità sociale, anzi come un atto di carità verso i nostri fratelli più fragili, che verrebbero travolti dall’ulteriore diffusione del virus, come pure verso coloro che se ne prendono cura, nella sanità e nel volontariato, a cui non possiamo chiedere di caricarsi di ulteriore fatica in un impegno giornaliero già molto gravoso. La nostra rinuncia è un atto di carità: non lo dimentichiamo! È esprimere nella vita quella carità che è il cuore e il frutto dei sacramenti.
Ecco, allora, una riflessione sul significato della Settimana Santa, a cui dobbiamo volgere il nostro sguardo e che dobbiamo tenere vivo nel nostro cuore, al di là dei modi in cui potremo viverla.
La Settimana Santa, e in essa in particolare il Triduo pasquale, costituisce la sorgente da cui scaturisce tutta la vita liturgica della Chiesa e quindi la trasmissione della grazia, dell’amore di Dio per gli uomini attraverso i segni che Cristo ha affidato ai suoi discepoli. Gli eventi di cui si fa memoria in questi giorni costituiscono il contenuto di ogni celebrazione domenicale. Così abbiamo ascoltato dall’“Annuncio del giorno della Pasqua”, nella solennità dell’Epifania: «Centro di tutto l’anno liturgico è il Triduo del Signore crocifisso, sepolto e risorto, che culminerà nella domenica di Pasqua. In ogni domenica, Pasqua della settimana, la santa Chiesa rende presente questo grande evento nel quale Cristo ha vinto il peccato e la morte».
A introdurre il Triduo è la Domenica delle Palme e della Passione, in cui in un solo rito vengono eccezionalmente proclamate due pagine del vangelo, che segnano il cammino di Gesù dall’ingresso trionfale in Gerusalemme, alla sua uscita dalla città per essere crocifisso sul Golgota. Il Messia, acclamato dalle folle, svela il suo volto di Salvatore degli uomini non nel rivendicare un potere umano, ma nell’offrirsi alle sofferenze della Passione, fino a sfidare la morte come prova suprema del suo amore. L’attualità di questo messaggio è nel sentirsi chiamati anche noi a condividere con Gesù l’offerta di sé per i fratelli, pronti a rinunciare a tutto, fino alla vita, anche noi per amore, solo per amore.
Il Triduo prende poi avvio nella sera di Giovedì Santo, con la memoria della Cena di Gesù con i discepoli, segnata anzitutto dalla lavanda dei piedi – che quest’anno non potremo rievocare come gesto, ma che, proprio per questo, ci interroga ancor più profondamente nel suo significato di umile servizio, che sconvolge tutte le gerarchie umane: «Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi…» (Gv 13,14). La cena, poi, trova il suo culmine nel segno reale della presenza e del dono di sé che Gesù affida per sempre a un po’ di pane e di vino, che diventano la permanenza sostanziale di lui, il Signore, con noi e in noi per sempre: egli non è semplicemente un compagno di viaggio, ma una presenza dentro di noi che, accolta, diventa fonte di vita nuova in noi, una vita come la sua. Un dono e un impegno. Lo spiega Gesù stesso nei discorsi che fanno seguito a quella cena, affidandoci il comandamento nuovo – «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 15,12) – e affidando noi al Padre, per renderci capaci di testimoniare il suo Vangelo nel mondo – «Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno. […] Consacrali nella verità» (Gv 17,15.17) – e perché siamo in grado di essere un riflesso di Dio e del suo amore – «Tutti siano una sola cosa, come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17,21) –; tutto fondato non sulle nostre risorse, ma sull’amore di Gesù per noi. Ce n’è per motivare una rinnovata attenzione verso tutti, in particolare per chi in questa situazione di pandemia rischia di rimanere travolto dalla crisi economica, andando ad allargare le fila di coloro a cui manca il necessario. La loro presenza non può mancare alla tavola eucaristica del nostro impegno di carità.
Nel Venerdì Santo, la proclamazione della Passione ci pone davanti al mistero della sofferenza del Crocifisso, invitando a cogliere in profondità l’umiliazione a cui Cristo soggiace nel suo misurarsi con il peccato del mondo per redimere l’umanità:
«[Cristo Gesù] pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce» (Fil 2,6-8). La memoria della Passione è accompagnata da una preghiera universale, in cui si raccolgono tutte le attese della Chiesa e del mondo e che termina con l’invocazione “per i tribolati”, quest’anno introdotta così: «Preghiamo, fratelli carissimi, Dio Padre onnipotente, perché liberi il mondo dalle sofferenze del tempo presente: allontani la pandemia, scacci la fame, doni la pace, estingua l’odio e la violenza, conceda salute agli ammalati, forza e sostegno agli operatori sanitari, speranza e conforto alle famiglie, salvezza eterna a coloro che sono morti». Al volto sofferente di Cristo devono unirsi nel nostro cuore i volti dei “poveri cristi” che soffrono nella malattia e di quanti, come la Veronica, si chinano con compassione su chi soffre e si spendono nel prendersi cura dei malati e dei poveri. La visione della violenza che si abbatte su Gesù deve risvegliare le nostre coscienze anche a non dimenticare le vittime delle ingiustizie e delle violenze che si consumano nel mondo. Infine, la liturgia invita ad adorare la Croce, riconoscendo in essa non solo uno strumento di morte, ma anche e soprattutto lo strumento della nostra salvezza, la chiave della porta dell’eternità, la misura del supremo atto d’amore del Signore per noi.
Nel Sabato Santo, il silenzio circonda il Crocifisso sepolto, tolto ai nostri occhi, ma non all’attesa del nostro cuore, per il quale il sepolcro non indica un’assenza ma una nostalgia. C’è qualcosa che avvicina il silenzio del Sabato Santo a questi giorni, anche se si tratta di un silenzio diverso: sono giorni vuoti di ciò che era solito occupare ieri il nostro tempo, spesso ahimè sciupato in cose di poco conto e schiavo di falsi bisogni e di esperienze alienanti; giorni a cui fatichiamo a dare un senso, ma che, se vissuti oltre l’apparenza, possono aiutarci a discernere tra ciò che è essenziale e ciò che non lo è, tra gli affetti veri e i legami superficiali, tra servire i fratelli e servirsene o lasciarsi asservire, tra aprire il nostro sguardo oltre le cose visibili e rimanere schiavi del qui e ora; giorni in cui, soprattutto, possiamo riscoprire il desiderio di una pienezza che solo l’infinito ci può dare. L’attesa del Sabato Santo sia per noi l’attesa di Dio, della sua presenza nella nostra vita, di lui come l’unica luce che la può illuminare.
È la luce che sfolgora nella Veglia pasquale, nel cero, segno di Gesù, luce nelle tenebre dell’umanità, come canta l’“Exsultet”: «Questa è, la notte che salva su tutta la terra i credenti nel Cristo dall’oscurità del peccato e dalla corruzione del mondo, li consacra all’amore del Padre e li unisce nella comunione dei santi. Questa è la notte in cui Cristo, spezzando i vincoli della morte, risorge vincitore dal sepolcro». Questa è la Pasqua: nella morte e risurrezione di Cristo ci è dato il potere di sconfiggere il peccato e la morte, vale a dire di contribuire a edificare questo mondo secondo il progetto di Dio e, insieme, di proiettare la nostra vita oltre il tempo, nell’eternità; tutto questo perché siamo resi partecipi dell’amore stesso del Padre. Questo è il dono che ci è stato consegnato nel Battesimo, di cui nella Veglia pasquale si fa memoria con il rinnovo delle promesse battesimali. Mistero pasquale e sacramento del Battesimo devono poi diventare vita, nella testimonianza concreta della gioia dell’incontro con l’amore del Padre, della comunione fraterna che scaturisce dalla medesima figliolanza divina, della forza che l’amore accolto ci dona per farci costruttori di vita nel mondo. A nutrire la gioia deve essere una fede coraggiosa; ad alimentare la comunione ci vuole una carità senza riserve; a sostenere l’impegno per porre i semi del regno di Dio nella storia avremo bisogno di una salda speranza.
Se avremo vissuto con questi sentimenti il Triduo pasquale potremo attendere che anche per noi si realizzi quanto la liturgia della Domenica di Pasqua fa chiedere al Padre: «O Padre, che in questo giorno, per mezzo del tuo unico Figlio, hai vinto la morte e ci hai aperto il passaggio alla vita eterna, concedi a noi, che celebriamo la Pasqua di risurrezione, di essere rinnovati nel tuo Spirito, per rinascere nella luce del Signore risorto».
Ho voluto condividere con voi questi pensieri, offerti come un itinerario per questi giorni. Non potendo compiere i gesti esteriori della partecipazione ai riti, non manchi questa partecipazione della mente e del cuore, per tenerci uniti a quanto il Padre ha fatto per noi nel suo Figlio e a vivere la comunione tra noi in un legame spirituale che la separazione fisica non deve distruggere, ma piuttosto rafforzare, in vista di quando potremo e dovremo dare più profondo significato, più viva partecipazione e più concreta proiezione nella vita alle celebrazioni assembleari che riprenderemo non appena ce ne verrà data la possibilità.
Esorto i preti a celebrare in questi giorni con la stessa dedizione con cui avrebbero celebrato con il loro popolo, che se non potranno avere nelle loro chiese avrà senz’altro spazio nel loro cuore, sapendo che esso è misticamente presente nel mistero celebrato in quanto atto ecclesiale e mai privato. Esorto i diaconi e quanti sono chiamati a servire all’altare a svolgere il loro servizio con dedizione, perché il rito mantenga la sua dignità: si celebra davanti al Signore, che ci siano o non ci siano i fedeli, che si sia in pochi o in tanti. Esorto i fedeli a unirsi spiritualmente alle celebrazioni, avvalendosi anche della possibilità di seguire quelle del Santo Padre, trasmesse dalle reti televisive, in particolare Tv2000, e poi quelle che, collocate appositamente in orari diversi, presiederò nella nostra Cattedrale, visibili nei siti della diocesi, di Toscana Oggi e di Radio Toscana. Agli stessi fedeli, in particolare alle famiglie, segnalo che la diocesi sta diffondendo sussidi per la preghiera in casa, legati a contenuti e gesti delle celebrazioni liturgiche, che vengono trasmessi ai parroci. Pregare in casa in questi giorni ci aiuterà a riscoprire la preghiera in famiglia, che non mancava mai un tempo nelle famiglie cristiane.
2.Al centro della nostra preghiera
E ora un pensiero che vuole abbracciare tutti coloro che vivono questi giorni di Pasqua in una inattesa sofferenza o in un difficile servizio.
Il pensiero e la preghiera sono anzitutto per i tanti morti di questi giorni, a cui non abbiamo potuto assicurare i gesti usuali della liturgia cristiana, ma che nessuno deve pensare che siano lontani dalla preghiera della Chiesa, oggi nella preghiera silenziosa e quando ce ne verrà data la possibilità nelle forme proprie della preghiera della comunità. Ci sentano vicini nella condivisione del dolore le loro famiglie, che spesso sono state separate dai loro cari nella fase più acuta della malattia e negli istanti della morte. Le sorregga la certezza che c’è una comunione dei cuori che la lontananza fisica non spegne.
Il nostro pensiero raggiunge tutti i malati, soprattutto quelli a cui, nelle terapie intensive, sono sottratti i consueti contatti con le persone care, pur non mancando loro l’attenzione umana di tanti medici e infermieri. Anche la cura pastorale verso di loro da parte dei nostri cappellani ospedalieri è sottoposta a limiti; quando non è possibile raggiungerli accanto al letto, siano certi che essi non mancano però di vegliare e pregare oltre le porte e i vetri che proteggono le azioni di cura sanitaria. A tutti i malati vogliamo dire che preghiamo con loro e per loro, così come in questi giorni più volte ha fatto e ci ha esortato a fare Papa Francesco. Sono loro ora al centro del cuore della Chiesa.
Attorno a loro si muovono con professionalità e dedizione medici, infermieri e personale ausiliario della nostra sanità e del volontariato. Il loro è un servizio di cura indispensabile e pieno di pericoli per le loro stesse persone. Verso di loro si rivolge la nostra considerazione e la nostra gratitudine, insieme alla preghiera al Signore perché siano sostenuti nella loro fatica.
Gratitudine e preghiera vogliamo riservare anche a chi governa e amministra il nostro Paese, le nostre regioni e città. Le decisioni che devono assumere, spesso pesanti per i cittadini, accompagnate da conseguenze non facilmente decifrabili sulle persone e sul futuro, anche economico, della nazione, siano sempre illuminate dai principi che fondano il vivere civile: equità e attenzione privilegiata ai più poveri, solidarietà e sussidiarietà, ricerca del bene comune.
Pensiero e preghiera abbracciano anche tutti coloro che si trovano a vivere negli spazi ristretti come previsto dalle norme emanate per evitare la diffusione del contagio. Le nostre famiglie, anzitutto, e in particolare i bambini e i ragazzi, a cui è negata la possibilità del gioco e trovano ostacoli nei normali percorsi scolastici. Vicini al nostro cuore sono anche gli anziani e i disabili ospiti delle residenze sanitarie o di altre realtà di accoglienza e di cura, costretti a un isolamento che rischia di far sentire lontani i loro cari, alcuni aggrediti dal virus che si accanisce particolarmente su chi ha già altre patologie, senza dimenticare chi li assiste, uomini e donne chiamati a un impegno ogni giorno più faticoso. Al nostro pensiero e al nostro cuore sono inoltre ben presenti i detenuti, già ristretti per la natura della loro pena e per le condizioni spesso disumane delle carceri e ora particolarmente minacciati da un virus che, qualora entrasse nelle celle, sarebbe una inesorabile minaccia alla loro vita e il presupposto di una rovina dell’intero sistema. Per loro, oltre che vicinanza e preghiera, si chiede a chi ha l’autorità provvedimenti che possano almeno ridurre le condizioni di sovraffollamento.
3.Una prospettiva per il presente, ma guardando al futuro come a un dono
A chiudere questa lettera un pensiero che vuole al tempo stesso fare discernimento sul presente e orientarci già verso il futuro. Eravamo così sicuri di noi stessi, del modello di uomo e civiltà che andavamo costruendo, che abbiamo pensato fino ad oggi di essere invulnerabili, così forti nella nostra volontà di potenza, nel pensare di poter tradurre ogni desiderio in un diritto, di poter estendere i confini del nostro dominio.
Ma la presunzione di garantirci ed essere garantiti, si è scontrata in questi giorni con un’acuta esperienza di fragilità e precarietà. E aver scoperto che non tutto ci può essere garantito, tanto meno la vita, può essere vissuto precipitando nella disperazione, oppure scoprendo che se nulla mi è dovuto, allora tutto quello che ho è un dono.
È un dono anzitutto che stiamo a questo mondo, che la nostra vita si sia accesa nel tempo per incamminarsi verso l’eterno. È un dono ogni giorno che si apre davanti a noi come uno spazio di possibilità da riempire con responsabilità. È un dono il tessuto comune di umanità che tutti ci unisce e ci impedisce di vagare nella vita senza riferimenti. Proprio la percezione che tutto questo è così fragile, come si sperimenta in questo tempo, in cui i più sfortunati vedono messa a rischio la vita e tutti siamo costretti a modificarne radicalmente le forme, a causa delle doverose rinunce a cui dobbiamo sottostare per il bene nostro e di tutti, ci dovrebbe far capire che nulla è scontato e che tutto è un dono: lo è la vita, lo è un cielo luminoso, l’abbraccio di un genitore, l’affetto tra due sposi, la possibilità di conoscere cose nuove, il sostegno che ci viene da un fratello e quello che noi offriamo a lui, per chi crede la presenza di un Dio che è amore. Tutto è dono.
E il dono di questi tempi difficili deve essere cambiare i nostri occhi e il nostro cuore e, a cominciare da oggi per continuare dopo, a vivere con negli occhi lo stupore e nel cuore la gratitudine. Ma la consapevolezza di vivere nel dono deva anche far maturare la responsabilità di farci dono agli altri. Sarà questo un compito assai impegnativo per il futuro che ci attende, in cui la crisi economica coinvolgerà imprese e persone, con inevitabili conseguenze di tenuta familiare e sociale, anche di equilibrio psicologico e spirituale. Uno scenario in cui ci si dovrà inventare forme nuove di carità ma anche, più al fondo, sarà necessario superare l’attuale modello economico dominante per ripensare il mondo della produzione e del lavoro, quello degli scambi commerciali, come pure quello della finanza in senso più solidale.
Operare in noi e tra noi questa rivoluzione dello sguardo e delle opere trasformerà questi giorni tristi in un tempo di grazia. Ne potrà scaturire una vita nuova, un mondo rinnovato. È la Pasqua del Signore. La presenza di Dio tra noi è seme di un mondo nuovo a cui non può mancare la nostra presenza.
Queste parole del poeta Thomas S. Eliot interpretano bene quanto ci attende:
«In luoghi abbandonati
Noi costruiremo con mattoni nuovi
Vi sono mani e macchine
E argilla per nuovi mattoni
E calce per nuova calcina
Dove i mattoni sono caduti
Costruiremo con pietra nuova
Dove le travi sono marcite
Costruiremo con nuovo legname
Dove parole non sono pronunciate
Costruiremo con nuovo linguaggio
C’è un lavoro comune
Una Chiesa per tutti
E un impiego per ciascuno
Ognuno al suo lavoro».
(Thomas ELIOT, La Rocca, Coro I)
Possiamo circi l’un l’altro che le voci degli operai del coro di Eliot devono essere oggi le nostre voci.
L’immagine di un mondo nuovo come di un cantiere dovrebbe esserci cara, a noi fiorentini, mentre facciamo memoria dei seicento anni dell’inizio della costruzione della cupola della nostra Santa Maria del Fiore. Dovremo osare il futuro con la stessa immaginazione e con lo stesso coraggio di Filippo Brunelleschi e dei suoi operai. Essi non ricostruirono, ma ebbero la ventura di dover osare ciò che nessuno aveva osato. Noi dovremo ricostruire, ma non dovrà mancarci lo stesso ardimento, un progetto di una casa nuova per l’uomo, da tenere nel cuore e in cui collaborare come in un cantiere.
Così un altro poeta, Mario Luzi, celebrava nel 2000 la nostra cattedrale; anche queste parole, che egli pose sulla bocca di Santa Maria del Fiore, illuminano la strada davanti a noi:
«Vorrei essere forte
di tutti i miei slanci e di tutti i miei peccati
di tutte le mie miserevoli omissioni
e delle mie tribolate penitenze
per accogliere con fede e con speranza
questo advena, questo sopravvenuto tempo.  
Viene forse duro ed impietoso a chiedere ragione
del grande patrimonio che abbiamo dissipato, viene
forse smarrito a mendicare un po’ di quella povera sostanza.
Vorrei che fossimo uniti tutti insieme, figli miei, per essere una roccia
su cui possa posare il piede
chi arriva
e prendere slancio per il volo.
Perché questo ci è chiesto,
figli miei, di crescere
nel tempo: questo ci giustifica»
(Mario LUZI, Opus florentinum).
Buona Pasqua dal vostro vescovo, vostro pastore, servo e padre,
Giuseppe
Firenze, 5 aprile 2020
Domenica delle Palme e della Passione

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24/03/20

 COMUNICATO DELLA CONFERENZA EPISCOPALE TOSCANA

nella emergenza del coronavirus del 24.03.2020

La Conferenza Episcopale Toscana si è riunita lunedì 23 marzo: per la prima volta, i lavori si sono svolti in video conferenza, per limitare gli spostamenti e contribuire al contenimento del contagio.

Riguardo alla pandemia che sta colpendo anche i nostri territori, i Vescovi sottolineano come questa emergenza costringa tutti noi a guardare alle cose essenziali e a ripensare al senso stesso della nostra esistenza, in un momento in cui la nostra vita è stravolta e niente può essere dato per scontato. Il diffondersi del virus rivela anche l’interdipendenza del genere umano e la fragilità di ognuno: siamo tutti vulnerabili, nessuno escluso, e questo deve renderci più uniti, spingendoci a vivere questo legame come responsabilità reciproca e impegno di solidarietà.

I Vescovi toscani sono impegnati in questi giorni in momenti di preghiera e celebrazione nelle varie città della regione, con particolare riferimento a luoghi e immagini sacre cari alla devozione della nostra gente, certi che la possibilità di unirsi nella preghiera, pur senza muoversi ma utilizzando i mezzi di comunicazione che la tecnologia ci mette a disposizione, sia fondamentale per non lasciarci vincere dallo scoraggiamento e dalla paura. In questo senso i Vescovi ringraziano i fedeli per la bella partecipazione al Rosario che è stato celebrato in tutta Italia il 19 marzo, e invitano, oltre a unirsi alle celebrazioni e preghiere guidate da ciascuno nella propria diocesi, a condividere con il Papa il Padre Nostro alle 12 del 25 marzo e la preghiera che il Santo Padre guiderà da piazza San Pietro il 27 marzo.

I Vescovi hanno continuato anche la loro riflessione in merito ad alcuni indirizzi comuni alle Chiese della Toscana, facendo seguito ai comunicati già emessi nei giorni scorsi. La Conferenza Episcopale Toscana ha accolto le indicazioni provenienti dalla Penitenzieria Apostolica e dalla Conferenza Episcopale Italiana, riguardo al Sacramento della Riconciliazione. In questo senso, i Vescovi si rivolgono ai Cappellani Ospedalieri che operano nelle strutture di ricovero e cura della Toscana invitando ad adoperarsi perché chiunque lo richieda possa accedere alla riconciliazione sacramentale. Allo stesso tempo, è stato ribadito come ogni persona possa ricevere il perdono di Dio attraverso il pentimento e la contrizione, cioè un sincero dolore per le colpe commesse unito al fermo proposito di non peccare più, con l’impegno comunque a fare ricorso alla confessione individuale non appena sarà possibile.

Nell’approssimarsi della Settimana Santa, i Vescovi invitano le parrocchie e le comunità religiose ad attenersi a quanto verrà indicato dalla Conferenza Episcopale Italiana, d’intesa con la Santa Sede e con il Governo Italiano. Per quanto riguarda le celebrazioni dei Sacramenti dell’Iniziazione Cristiana dei fanciulli (Prime Comunioni e Cresime), considerato il fatto che generalmente comportano considerevoli afflussi di persone e soprattutto che i limiti posti alle attività parrocchiali in questo tempo non stanno consentendo un’adeguata preparazione dei ragazzi, i Vescovi toscani hanno stabilito che vengano rinviate alla ripresa dell’anno pastorale. Ugualmente è stato deciso che ogni manifestazione esterna di pietà popolare solite compiersi durante la settimana santa, siano soppresse o rinviate. La celebrazione di Matrimoni, Battesimi e Funerali resta sospesa fino a quando non rientreranno le disposizioni governative a riguardo delle “cerimonie religiose e civili” in quanto comportano il convenire di più persone.

È stato approvato il progetto formativo unitario per i Seminari della Toscana che offre alcune linee educative condivise rispondendo alla volontà dei Vescovi di dare una impostazione unitaria a livello regionale alla formazione dei futuri sacerdoti, prevedendo anche alcuni momenti condivisi.

Le Diocesi toscane attendono la pubblicazione della nuova traduzione italiana del Messale Romano, per individuare le forme di consegna, ai preti e al popolo, e di approfondimento dei suoi contenuti, per trarne occasione di una maggiore consapevolezza e conoscenza della centralità della celebrazione eucaristica nella vita della Chiesa e del cristiano.

La Conferenza Episcopale Toscana ha nominato Maria Chiara Pallanti, dell’Arcidiocesi di Firenze, nuovo Direttore della Commissione regionale per l’Evangelizzazione dei popoli e la cooperazione tra le Chiese. Sarà coadiuvata da don Gianfranco Pottighe, dell’Arcidiocesi di Siena – Colle Val d’Elsa – Montalcino e da Claudia Del Rosso dell’Arcidiocesi di Lucca.

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20/03/20

Venerdì 20.03.2020
Decreto della Penitenzieria Apostolica circa la concessione di speciali Indulgenze ai fedeli
nell’attuale situazione di pandemia
PENITENZIERIA APOSTOLICA
DECRETO
Si concede il dono di speciali Indulgenze ai fedeli affetti dal morbo Covid-19, comunemente detto Coronavirus, nonché agli operatori sanitari, ai familiari e a tutti coloro che a qualsivoglia titolo, anche con la preghiera, si prendono cura di essi.
«Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera» (Rm 12,12). Le parole scritte da San Paolo alla Chiesa di Roma risuonano lungo l’intera storia della Chiesa e orientano il giudizio dei fedeli di fronte ad ogni sofferenza, malattia e calamità.
Il momento presente in cui versa l’intera umanità, minacciata da un morbo invisibile e insidioso, che ormai da tempo è entrato prepotentemente a far parte della vita di tutti, è scandito giorno dopo giorno da angosciose paure, nuove incertezze e soprattutto diffusa sofferenza fisica e morale.
La Chiesa, sull’esempio del suo Divino Maestro, ha avuto da sempre a cuore l’assistenza agli infermi. Come indicato da San Giovanni Paolo II, il valore della sofferenza umana è duplice: «È soprannaturale, perché si radica nel mistero divino della redenzione del mondo, ed è, altresì, profondamente umano, perché in esso l’uomo ritrova se stesso, la propria umanità, la propria dignità, la propria missione» (Lett. Ap. Salvifici doloris, 31).
Anche Papa Francesco, in questi ultimi giorni, ha manifestato la sua paterna vicinanza e ha rinnovato l’invito a pregare incessantemente per gli ammalati di Coronavirus.
Affinché tutti coloro che soffrono a causa del Covid-19, proprio nel mistero di questo patire possano riscoprire «la stessa sofferenza redentrice di Cristo» (ibid., 30), questa Penitenzieria Apostolica, ex auctoritate Summi Pontificis, confidando nella parola di Cristo Signore e considerando con spirito di fede l’epidemia attualmente in corso, da vivere in chiave di conversione personale, concede il dono delle Indulgenze a tenore del seguente dispositivo.
Si concede l’Indulgenza plenaria ai fedeli affetti da Coronavirus, sottoposti a regime di quarantena per disposizione dell’autorità sanitaria negli ospedali o nelle proprie abitazioni se, con l’animo distaccato da qualsiasi peccato, si uniranno spiritualmente attraverso i mezzi di comunicazione alla celebrazione della Santa Messa, alla recita del Santo Rosario, alla pia pratica della Via Crucis o ad altre forme di devozione, o se almeno reciteranno il Credo, il Padre Nostro e una pia invocazione alla Beata Vergine Maria, offrendo questa prova in spirito di fede in Dio e di carità verso i fratelli, con la volontà di adempiere le solite condizioni (confessione sacramentale, comunione eucaristica e preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre), non appena sarà loro possibile.
Gli operatori sanitari, i familiari e quanti, sull’esempio del Buon Samaritano, esponendosi al rischio di contagio, assistono i malati di Coronavirus secondo le parole del divino Redentore: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13), otterranno il medesimo dono dell’Indulgenza plenaria alle stesse condizioni.
Questa Penitenzieria Apostolica, inoltre, concede volentieri alle medesime condizioni l’Indulgenza plenaria in occasione dell’attuale epidemia mondiale, anche a quei fedeli che offrano la visita al Santissimo Sacramento, o l’adorazione eucaristica, o la lettura delle Sacre Scritture per almeno mezz’ora, o la recita del Santo Rosario, o il pio esercizio della Via Crucis, o la recita della Coroncina della Divina Misericordia, per implorare da Dio Onnipotente la cessazione dell’epidemia, il sollievo per coloro che ne sono afflitti e la salvezza eterna di quanti il Signore ha chiamato a sé.
La Chiesa prega per chi si trovasse nell’impossibilità di ricevere il sacramento dell’Unzione degli infermi e del Viatico, affidando alla Misericordia divina tutti e ciascuno in forza della comunione dei santi e concede al fedele l’Indulgenza plenaria in punto di morte, purché sia debitamente disposto e abbia recitato abitualmente durante la vita qualche preghiera (in questo caso la Chiesa supplisce alle tre solite condizioni richieste). Per il conseguimento di tale indulgenza è raccomandabile l’uso del crocifisso o della croce (cf. Enchiridion indulgentiarum, n.12).
La Beata sempre Vergine Maria, Madre di Dio e della Chiesa, Salute degli infermi e Aiuto dei cristiani, Avvocata nostra, voglia soccorrere l’umanità sofferente, respingendo da noi il male di questa pandemia e ottenendoci ogni bene necessario alla nostra salvezza e santificazione.
Il presente Decreto è valido nonostante qualunque disposizione contraria.
Dato in Roma, dalla sede della Penitenzieria Apostolica, il 19 marzo 2020.
Mauro Card. Piacenza
Penitenziere Maggiore
Krzysztof Nykiel
Reggente

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16/03/2020

Oggetto: precisazioni su comunioni e confessioni

Carissimi,

ad esplicitazione delle disposizioni e delle indicazioni dei giorni precedenti, si ricorda che è sempre possibile comunicare i fedeli che, singolarmente, ci chiedono di ricevere la santa comunione, come è sempre possibile celebrare il sacramento della riconciliazione accogliendo le confessioni con le dovute attenzioni (distanza di almeno un metro e luogo ampio).

Come più volte richiamato, occorre fermamente evitare convocazioni di qualsiasi tipo nelle chiese e assembramenti di persone.

Rimaniamo a vostra disposizione per qualsiasi ulteriore informazione.

don Roberto Gulino

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14/03/20
CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali
 CS n. 12/2020
Giovedì 19 marzo, festa di San Giuseppe
In preghiera per il Paese
In questo momento di emergenza sanitaria, la Chiesa italiana promuove un momento di preghiera per tutto il Paese, invitando ogni famiglia, ogni fedele, ogni comunità religiosa a recitare in casa il Rosario (Misteri della luce), simbolicamente uniti alla stessa ora: alle 21 di giovedì 19 marzo, festa di San Giuseppe, Custode della Santa Famiglia. Alle finestre delle case si propone di esporre un piccolo drappo bianco o una candela accesa.
TV2000 offrirà la possibilità di condividere la preghiera in diretta.
“A te, o beato Giuseppe, stretti dalla tribolazione ricorriamo e fiduciosi invochiamo il tuo patrocinio, insieme con quello della tua santissima Sposa”
(Leone XIII)
Roma, 12 marzo 2020

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Come vivere questo momento
MESSAGGIO DELL’ARCIVESCOVO A SACERDOTI E FEDELI
Carissimi,
faccio seguito al comunicato che ho chiesto di diffondere questa mattina per rendervi noto il provvedimento del Governo che nel contrasto alla diffusione del coronavirus ha disposto la cessazione della celebrazione pubblica delle Sante Messe come pure di altre celebrazioni liturgiche o devozionali (tutto questo rientra nella espressione “cerimonie religiose”, come ho potuto appurare da fonte qualificata).
Ora vi raggiungo con queste parole per dare qualche indicazione sullo spirito con cui vivere questo momento e le disposizioni che provocano sofferenza a noi e alle nostre comunità.
Anzitutto vi faccio notare che il provvedimento governativo non esige la chiusura delle chiese. Al contrario, sembra in qualche modo indicare nella preghiera privata una strada per continuare a nutrire la vita spirituale. Invitiamo pertanto la gente a coltivare l’atteggiamento di adorazione di fronte a quella Eucaristia che non possiamo più celebrare insieme. Noi, peraltro, come sacerdoti è bene che continuiamo a celebrare la Santa Messa nella forma prevista dal Messale Romano come “Messa senza popolo”. Assicuriamo la nostra gente che attraverso questa celebrazione “senza popolo” la Chiesa e noi con essa continuiamo il rendimento di grazie al Padre nel memoriale della morte e risurrezione di Cristo, come offerta per il popolo, con particolare intenzione in riferimento alla dolorosa situazione dei nostri giorni.
La mancata partecipazione alla Santa Messa è un grande sacrificio per noi cristiani, che “Sine dominico non possumus”, cioè: “Non possiamo vivere senza celebrare il giorno del Signore / Pasqua domenicale “, come dissero i martiri di Abitene. Ma la celebrazione dell’Eucaristia ha una dimensione rituale che però ha un complemento essenziale negli effetti che essa genera nella vita: l’Eucaristia è celebrata in verità se genera la carità. Nella presente circostanza noi non rinunciamo al significato ultimo dell’Eucaristia, che è il dono di sé fatto dal Signore, ma, ottemperando alle norme dello Stato, siamo invitati a manifestarlo nel gesto di carità fraterna che è evitare che attraverso il riunirsi di un’assemblea si vadano a costituire situazioni di vita sociale che possono favorire il diffondersi del virus. La mancanza del rito, lo ribadisco, ci fa soffrire, ma non ci impedisce di vivere i frutti dell’Eucaristia, cioè la carità.
Infine, non potendo i fedeli partecipare alla Santa Messa, dobbiamo invitare e aiutare tutti a dare spazio soprattutto nelle domeniche a un tempo maggiore dedicato alla meditazione della parola di Dio, alla preghiera personale, a momenti di vita interiore, che ci aiutino ad affrontare la prova del presente. In questo possono aiutarci anche le trasmissioni televisive della Messa o di altre forme di pietà popolare. Raccomando le trasmissioni proposte dalla emittente televisiva dei vescovi Italiani Tv2000 e la Santa Messa di Radio Vaticana trasmessa dalla nostra emittente Radio Toscana (domenica ore 11).
Raccomando a tutti di attenersi, con questo spirito e con queste modalità, a quanto prescritto dalle norme governative e alle disposizioni date in questi giorni dalla CEI, dai Vescovi toscani e stamane da me.
Con viva fraternità
8 marzo 2020  Giuseppe card. Betori